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Quanto di noi stessi siamo disposti a mettere da parte per sentirci parte di un gruppo?

  • Immagine del redattore: andrea prosperi
    andrea prosperi
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 1 min


Appena terminata la visione, con un intenso binge watching di 3 giorni, di Pluribus, la serie premiata ai Golden Globe. Con un presupposto distopico originale, mai realizzato prima, racconta una società perfetta, basata sulla “mente a sciame”, una coscienza collettiva globale, dove tutto scorre fluido perché le individualità vengono smussate per non creare attrito.



Sembra un’armonia ideale, ma il prezzo è altissimo: l’omologazione. In questo c'è anche una critica facilmente leggibile alla woke culture, che non ho potuto non apprezzare.



Come HR, leggo in questa storia uno spunto importante per il nostro lavoro quotidiano in Gruppo Teddy. Spesso si rischia di confondere l’unità con l’uniformità, ma la vera forza di un team non nasce dal silenziare le differenze, bensì dal valorizzarle. Questo è stato un tratto storicamente distintivo della nostra organizzazione dove individui con le proprie particolarità, e che particolarità! Credetemi, hanno trovato un valore per se, del tutto personale, nel contribuire al progetto aziendale.



In questo modo si passa dalla collaborazione a una vera e propria alleanza capace di arruolare ogni diversità e valorizzarla in un obiettivo comune. I nostri team crescono quando ciascuno porta il proprio sguardo, la propria sensibilità e anche le proprie contraddizioni.



Un “noi” che cancella l’“io” è un noi fragile e poco creativo.



Il nostro impegno è costruire un ambiente dove appartenenza e libertà possano coesistere, dove dire “noi” non significhi rinunciare alla propria voce, ma metterla a disposizione di un obiettivo comune. Non a caso nel nostro purpose, tra le parole chiave, campeggia la mia preferita, la "realizzazione personale".



Trovate una riflessione più profonda su questo tema nell'ultimo articolo di Belong 👉 https://lnkd.in/gAeA2My8 

 
 
 

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