Quando l’entusiasmo si prende una pausa (non retribuita).
- andrea prosperi
- 6 ore fa
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Quando una parola si diffonde nell’uso quotidiano a volte altera completamente il proprio significato. Quante volte avete sentito dire: “sono in burnout!”. Non è quasi mai vero, per fortuna, vuol dire semplicemente “sono molto stanco”. Io, per esempio, un burnout vero e proprio non l’avevo mai visto accadere da vicino, fino a qualche settimana fa. Devo dire che mi ha fatto molto effetto, non per manifestazioni particolarmente eclatanti, che non ci sono state, ma per l’evidenza di un vero e proprio “cambio si stato”, da acceso a spento, senza passaggi intermedi e, almeno ad una visione esterna, senza avvisaglie particolari.
Ci siamo incrociati e abbiamo parlato di lavoro, di famiglia, di un film bellissimo (Rental Family, consigliatissimo! con quell’uomo distrutto di Brendan Fraser); tutto normale, la solita persona pacata, piacevole, piena di interessi, chiamiamolo Renato (proprio per una delle sue più grandi passioni).
Giorni dopo mi arriva la notizia che non sta bene e allora vado a cercarlo, sentendomi un po’ in colpa per non aver percepito nulla. Per i primi 5 minuti entrambi facciamo finta di niente poi è Renato che ci libera entrambi dall’imbarazzo con due frasi gergali ma perfettamente esplicative: “te lo dico, io non ne ho più” “ma poi per cosa?”
12 parole in tutto, una sentenza lapidaria. Io ci provo e gli dico: “ma come scusa proprio tu? ti ho sempre guardato come uno veramente realizzato, hai anche avuto successo nel tuo lavoro e poi sei uno che ha saputo tenere tutto insieme, non ha mai conosciuto uno che non ti stimasse, sono sincere anche le conferme su linkedin! Ma è successo qualcosa in particolare”.
Mi pento subito, non mi guarda neanche, sta li con me per pura cortesia ma è da un’altra parte, da la sensazione di aver acquisito una consapevolezza più grande che io non posso raggiungere. Lo saluto con un abbraccio a cui risponde meccanicamente. Me ne vado turbato, non per lui, per me… penso: ”poi per cosa? Magari c’ha ragione”. Passa qualche giorno ma il nostro breve colloquio non mi esce dalla testa, troppo veloce quell’ON/OFF, come è possibile? Decido di approfondire e chiamo uno dei miei guru, l’”espertone” che ha qualche anno più di me e fa il mestiere giusto per queste cose. Il baratto è semplice: io offro pollo riso e verdure , che comunque al giorno d’oggi con acqua e caffè fanno 19€, lui mi ascolta e me la risolve. Gli racconto di Renato, che lui conosce solo di nome, e gli descrivo il disagio che mi ha lasciato, l’inconciliabile contrasto tra un modo appassionato di vivere la vita, anche lavorativa e quel distacco repentino, senza un minimo di esitazione.
Lui, con la smorfia di chi ne ha viste tante, si toglie un chicco di riso dal labbro superiore con il tovagliolo e mi restituisce un’immagine che da sola vale tutti i 19€.
“una volta un paziente mi ha detto così: Dottore è come se lei avesse sempre letto, letto romanzi, saggi, il giornale… poi un giorno apre un libro e vede una serie di simboli che non significano niente, una successione di geroglifici senza nessun legame.”
Veramente perfetto, ripenso a Renato con in mano un libro che non sa più decodificare.
Il tempo del mio pranzo con l’espertone corre veloce, siamo al caffè, devo sbrigarmi, faccio la domanda sintetica, come un bambino di 5 anni: “ma perchè succede?”.
Stessa smorfia di prima, anche questa la sa; mi spiega:
non c’entra con il carico di lavoro, certo che se una persona è eccessivamente oberata può non avere le risorse necessarie ad affrontare tutti gli impegni, ma questo non basta, per “bruciarsi” deve succedere qualcos’altro. Mi fa diversi esempi di persone con lavori diversi, anche “leggeri”, coglie nel mio sguardo un tentativo di obiezione e bacchetta perchè non sono stato attento:
“te l’ho detto, non c’entra il peso, il carico che porti, c’entra il contratto psicologico”.
Faccio si con la testa, la presenza della parola contratto mi da l’idea che sia una cosa che dovrei conoscere, ma non intervengo così me la chiarisce. A parte la spiegazione medica, che sono in grado di comprendere soltanto in parte, mi restano impresse alcune chiose:
“Nessuno te l’ha promesso, nessuno te l’ha messo per iscritto ma se viene meno il senso, il significato che dai a quello che stai facendo, che sia poco o tanto, pesante o leggero, vai tranquillo che l’entusiasmo si prende una pausa, ad libitum”.
Attenzione! con questa sono ufficialmente in debito.
Caffè bevuto, siamo agli sgoccioli, altra domanda sintetica: “e quindi io cosa devo fare?”“per il tuo amico proprio niente, secondo me non ha neanche voglia di vederti per ora, se è arrivato fino a li adesso ci vuole tempo e nove volte su dieci anche un po’ di chimica, invece per quelli che lavorano da te è 50 e 50”
Sguardo interrogativo:”???”
“50% responsabilità di chi lavora: chiedersi il senso del lavoro, non raccontarsela, non trascurare il bisogno di significato altrimenti arrivi ad un punto in cui non puoi più andare ne avanti e indietro e li sei fortemente infiammabile. Bisogna aver cura di se!
50% responsabilità dell’azienda”-lui dice “la tua”, ma io condivido volentieri in questo caso- ”perchè il senso del lavoro va tenuto vivo e, se si spegne, risvegliato nelle persone, non tanto per evitare il burnout che è un caso estremo, ma per avere gente contenta che pedali forte”.
L’ultima espressione la trovo un po’ da boomer però il senso è chiaro.
Mi distraggo un attimo e lui paga con satispay, anche per me.
TOP.
Non era così boomer.



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